• Italiano

San Colombano_Bologna (Consulenza)

Durante i lavori di ristrutturazione del  complesso di San Colombano a Bologna nel 2006, finalizzati al riutilizzo dell’intera struttura,  sono stati riportati alla luce, al di sotto della quota pavimentale, una cripta sulla cui parete dell’abside centrale erano presenti frammenti di pittura murale ed una Crocifissione, collocata nella navata sinistra della chiesa, al di sotto del piano di calpestio.

E’ stata, quindi, richiesta la consulenza dell’Opificio delle Pietre Dure per il coordinamento delle indagini diagnostiche “non invasive” e della fase tecnico-operativa, nonché per la definizione della metodologia di restauro del Crocifisso.

 

Crocifissione

Quando gli esperti  dell’Opificio hanno iniziato il progetto di studio e conservazione della Crocifissione, la pittura si trovava in un contesto ambientale caratterizzato da valori di umidità relativa elevatissimi (tra l’88% e il 100%) e temperature piuttosto basse; essa si presentava in uno stato di conservazione decisamente precario, ulteriormente aggravato dal prolungato contatto con la terra e con un materiale di riporto a sua volta molto umido.

Al momento del ritrovamento,  per proseguire le operazioni di scavo e completare la rimozione del materiale di riporto, era necessario mantenere invariate le condizioni termo-igrometriche, evitando sbalzi repentini di umidità e temperatura, nonché  l’asciugatura veloce degli intonaci dipinti, che avrebbe favorito la cristallizzazione sulla superficie pittorica delle sostanze inquinanti contenute nella struttura muraria, negli intonaci stessi e nel terreno di riporto.

A tal fine sono stati attuati alcuni semplici interventi preventivi: sono stati realizzati, innanzitutto, una protezione provvisoria della pittura, quindi un box  in materiale plastico  nello spazio compreso tra il dipinto e il pilastro della navata centrale, che consentisse di  controllare dal punto di vista microclimatico, lo spazio antistante la pittura,  che permettesse la prosecuzione dello scavo e che consentisse le operazioni per la messa in sicurezza delle porzioni di intonaco pericolanti, per mezzo di un ancoraggio provvisorio (stuccature temporanee).

In seguito è stato costruito un box vetrina con lo scopo di mantenere costanti i valori di umidità ed evitare la cristallizzazione dei sali sulla superficie del dipinto.

 

Frammenti absidali

Nel 2008, sui frammenti rinvenuti è stata eseguita una  messa in sicurezza delle zone ritenute in pericolo di caduta a causa del precario stato di adesione dell’intonaco dei frammenti alla muratura in mattoni, impiegando una malta in proporzioni tali che essa risultasse povera di grassello e quindi volutamente poco resistente (malta “magra”)  e quindi facilmente reversibile.

A seguito di una infiltrazione, evidenziatasi nella primavera del 2009 sulla parete dell’abside della cripta, si è verificato un grave attacco biologico, che ha interessato una porzione della muratura e una parte dei frammenti pittorici.  Dell’infiltrazione sono state indagate le cause senza riuscire a rilevarne l’origine a causa della difficoltà di ispezione legata alla proprietà privata confinante con l’esterno dell’abside.

Le zone infestate sono state trattate ripetutamente con applicazioni di biocida,  efficace solo temporaneamente; a causa, verosimilmente, delle condizioni e dei valori microclimatici ambientali, l’attacco biologico si è manifestato nuovamente e in modo ancora più virulento, indebolendo la coesione della pellicola pittorica.

Data la permanente presenza di umidità nella parete absidale, si è potuto ipotizzare che, nella muratura e nei frammenti pittorici, siano presenti anche sostanze inquinanti, come i sali solubili che sono una delle principali cause di deterioramento dei materiali costitutivi le pitture murali.

Dal 2011 il restauro è stato affidato alla FABER RESTAURO  s.n.c., che si è avvalsa della consulenza dell’Opificio Restauro Settore Pitture Murali .

 

Bibliografia

  • F.Faranda , Un possibile Giunta Pisano nella ritrovata Cripta di San Colombano a Bologna, in Commentari d’arte 2010, pp 35-51.