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I raggi X

I raggi X vengono ottenuti tramite un tubo ad alto vuoto in cui gli elettroni emessi da un catodo, e accelerati verso un anodo, vanno a colpire un bersaglio metallico (anticatodo, di solito in tungsteno). Le particelle incidenti, accelerate con tensioni che vanno da poche decine di kV fino a oltre i 300 kV, strappano dagli atomi dell’anticatodo gli elettroni dei livelli più interni, il cui posto viene preso da elettroni situati nei livelli più esterni: in questo passaggio si producono fotoni di elevata frequenza chiamati raggi X. Questi vengono emessi secondo un cono di irraggiamento che, secondo il tipo di tubo, può avere aperture angolari da 30° a 40°. Gli apparecchi radiografici impiegati in campo artistico devono avere caratteristiche specifiche, soprattutto se utilizzati per indagini su dipinti o su altri materiali a bassa radiopacità, tali da fornire sulla lastra un’immagine di elevata nitidezza e contrasto.

La nitidezza dell’immagine dipende principalmente dalla risoluzione della pellicola (la granulometria dei cristalli di alogenuro d’argento contenuti nell’emulsione) e dalle dimensioni della macchia focale del tubo radiogeno. L’alto contrasto si ottiene utilizzando radiazioni a basse energie (raggi “molli” cioè ottenuti per valori di tensione tra i 20 kV e 50 kV) che comportano tempi di esposizione a volte molto lunghi. L’apparecchio per raggi X deve pertanto essere fornito di un tubo a finestra sottile di berillio e disporre di un impianto di raffreddamento per l’utilizzo in continuo.