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Dipinti alluvionati della Basilica di Santa Croce

Santa Croce quaranta anni dopo (1966-2006). Angeli, santi e demoni: otto capolavori restaurati
Firenze, Museo di Santa Croce.

In occasione della ricorrenza dei quaranta anni dall’alluvione del 4 novembre 1966 l’Opificio delle Pietre Dure e Laboratori di Restauro di Firenze ha restituito al Museo di Santa Croce ben otto capolavori della pittura fiorentina dal XIV al XVI secolo, che sono ripresentati con un allestimento temporaneo, inaugurato il 7 novembre 2006.

I dipinti che fanno parte di questa iniziativa sono:

  • Nardo di Cione, Madonna col Bambino e Santi, trittico trasportato, cm 250x212;
  • Lorenzo di Niccolò, Incoronazione della Vergine e Santi, polittico su tavola, cm 261x208;
  • Giovanni del Biondo, Polittico di S. Giovanni Gualberto, tavola, cm. 200x180;
  • Lorenzo Monaco, S. Jacopo, tavola trasportata, cm. 160x95;
  • Rossello di Jacopo, San Bernardino da Siena, tavola, cm 225x96;
  • Domenico di Michelino, San Bonaventura, tavola trasportata, cm 224x95;
  • Francesco Salviati, Discesa dalla Croce, tavola, cm 445x295;
  • Agnolo Bronzino, Discesa di Cristo al Limbo, tavola, cm 443,5x296.

Il significato di questa iniziativa è da ricercarsi prima di tutto nella costante attività svolta dai Laboratori dell’Opificio delle Pietre Dure al servizio della conservazione del patrimonio culturale nazionale. Uno dei suoi progetti di lunga portata, al contempo operativi e di ricerca per la messa a punto di nuove soluzioni, è costituita dalla sfida rappresentata da una serie di dipinti gravemente colpiti dall’alluvione, messi in sicurezza in passato, la cui risoluzione era stata rimandata in alcuni casi per una intrinseca difficoltà, data dall’elevatissimo livello del degrado, per cui responsabilmente si decise di attendere una auspicabile crescita delle capacità tecniche del laboratorio, ed in altri per l’inadeguatezza delle forze e dei mezzi esistenti in rapporto all’enormità del disastro.

Questo tema è inoltre intrinsecamente legato alla storia stessa dell’Istituto che ha visto realizzarsi il suo moderno potenziamento proprio a seguito di questo drammatico evento. Infatti fu allora acquisito il grande Laboratorio della Fortezza da Basso, tuttora sede dei Laboratori di restauro dei dipinti, ed in quell’ambiente si poté realizzare quel fruttuoso scambio di esperienze fra restauratori fiorentini e stranieri che tanto ha contribuito a fare di Firenze uno dei centri di eccellenza in questo campo. E’ all’interno di quel laboratorio che si sono svolti gli interventi di restauro più celebri sui dipinti alluvionati, a partire dal Crocifisso di Cimabue, divenuto un vero e proprio simbolo dell’alluvione, sino agli otto attuali, attraverso tutta una serie continua di restauri che possono costituire una sorta di storia del restauro applicata a questa particolare casistica di degrado.

Dal punto di vista della politica culturale generale, la riflessione, ormai in prospettiva storica, che oggi è possibile compiere ci propone tutta una serie di tematiche: le grandi scelte compiute immediatamente dopo il disastro e la loro reale efficacia; lo sviluppo delle metodiche di intervento sulle oepre alluvionate in rapporto con l’evoluzione della riflessione teorica; l’oscillante interesse manifestato dalla città e dalle sue forze politiche per questa problematica. Su quest’ultimo punto

l’Opificio ha cercato, negli anni e con i magri bilanci ordinari dello Stato, di continuare a prestare attenzione al recupero delle opere alluvionate, anche perché, avendo vissuto in prima persona tutte le fasi dell’emergenza quale centro di riferimento per tutti gli interventi, è stato a lungo l’unico in possesso del know how completo in questa complessa materia.

I dipinti scelti per la restituzione in occasione del quarantesimo anniversario dell’alluvione costituisce una sorta di “zoccolo duro”, una serie di opere tutte provenienti dall’epicentro del disastro del 1966, cioè la Basilica di Santa Croce ed il suo Museo, allora come oggi allestito nel grande refettorio e nelle altre sale nel primo chiostro. Il nucleo è incentrato sulle due enormi e danneggiatissime pale del Salviati con la Deposizione dalla Croce e del Bronzino con la Discesa di Cristo al Limbo, provenienti dagli altari Dini e Zanchini della controfacciata, già rimosse dalla loro collocazione originale nel corso dell’Ottocento e poi confluite nel museo citato. Ad esse si sono aggiunte poi altre opere, con storie conservative diverse, ma accomunate dalla provenienza dallo stesso complesso: i polittici di Lorenzo di Niccolò, Giovanni del Biondo e Nardo di Cione, le due tavole indicate erroneamente come en pendant nelle vecchie schede con la stessa attribuzione a Domenico di Michelino con i francescani San Bonaventura e San Bernardino da Siena, quest’ultima ora qui proposta con l’attribuzione a Rossello di Jacopo, ed infine la più piccola tavola attribuita a Lorenzo Monaco raffigurante San Jacopo, in disastrose condizioni ed a metà del trasporto del colore.

E’ stata dunque la volontà di risolvere i gravissimi problemi conservativi di queste otto opere e di riconsegnarli alla fruizione pubblica il motivo di questa iniziativa, senza nessun intento retorico o meramente celebrativo del drammatico evento del 1966.

Da questo punto centrale possono però scaturire diverse altre chiavi di lettura. Affrontare oggi i problemi delle opere alluvionate significa anche, inevitabilmente, ricostruire le vicende e le scelte allora compiute, e sottoporle ad una valutazione, certo non in chiave semplicemente elogiativa o all’opposto polemica, ma ormai in una dimensione storica, magari cercando di imparare qualcosa dai risultati di quella esperienza. In questa necessaria ricostruzione storica deve trovare posto anche l’evidenziazione del grande ruolo svolto da molti personaggi, dai restauratori ai vertici dell’Amministrazione, che hanno davvero scritto la storia del restauro a Firenze, e soprattutto coloro i quali si assunsero, sulle loro spalle, l’enormità del danno avvenuto e la responsabilità delle scelte da compiere. Il primo, Ugo Procacci, è stato per tutti il Soprintendente dell’alluvione, e di lui si è ricordato l’anno scorso il centenario della nascita; il secondo, Umberto Baldini, scomparso proprio alle soglie dell’anniversario, che nell’occasione venne investito della piena responsabilità della direzione dei restauri.

Vi sono poi le problematiche di ordine tecnico e teorico connesse con le varie possibili soluzioni che sono state nel tempo elaborate e magari poi abbandonate per un cambiamento di impostazione metodologica del restauro, argomento di una riflessione di grande utilità perché le complessità tecniche di questo tipo di degrado porta alle estreme conseguenze dei problemi conservativi assai frequenti e poi perché, sia pur in maniera molto limitata, vi sono ancora altre opere alluvionate da restaurare. Pertanto, sempre da un punto di vista tecnico, si deve sottolineare come i dipinti ora restituiti alla fruizione rappresentano anche una interessante rassegna di varie possibilità tecniche che si sono succedute nel tempo: dal restauro tradizionale, al trasporto del colore, ad una nuova impostazione incentrata sulla conservazione integrale di tutti gli elementi, basata sulla positiva interazione fra restauro e conservazione preventiva.

La necessità di una adeguata presentazione delle complesse problematiche coinvolte e dei risultati conseguiti sulle otto opere trattate, ha reso necessario dedicare a questo evento un volume apposito della collana dell’Opificio, “Problemi di conservazione e restauro” della casa editrice Edifir, dal titolo Angeli, santi e demoni: otto capolavori restaurati. Santa Croce Quaranta anni dopo 1966-2006 , a cura di Marco Ciatti, Cecilia Frosinini e Chiara Rossi Scarzanella, Firenze 2006


Direzione dei lavori:
Marco Ciatti, Cecilia Frosinini,

Direzione tecnica e restauro:
Francesca Bettini, Bracci Nicoletta, Gianluigi Canocchi, Ciro Castelli, Teresa Cianfanelli, Francesca Ciani Passeri, Cristina Gigli, Paolo Gori, Vittorio Granchi, Luisa Gusmeroli, Ilia Lambertini, Maria Donata Mazzoni, Mauro Parri, Leonardo Passeri, Chiara Rossi Scarzanella, Marco Rossi, Mariarosa Sailer, Andrea Santacesaria, Donata Sernesi, Massimo Seroni, Isabella Sicoli, Luciano Sostegni, Adria Tortorelli, Caterina Toso.

Verniciature finali
Ottavio Ciappi e Ezio Buzzegoli.

Collaboratori al restauro:
Francesca Berni, Patrizia Bertini, Elisabetta Bianco, Francesca Brogi, Elena Burchianti, Elena Roberta Capezio, Iolanda Larenza, Chiara Magnani, Salvatore Meccio, Letizia Nesi, Elda Nozzoli, Luigi Orata, Rocco Spina, Montserrat Yanez; ditta Restaurarte di Nemo e Renzo Niccoli,

Per il restauro ella cornice della Discesa al Limbo del Bronzino è stato realizzato dal Settore di restauro della Scultura e degli Arredi Lignei, diretto da laura Speranza: Cristina Gigli

Il restauro delle cornici della Deposizione dalla Croce di Francesco Salviati, del San Bonaventura di Domenico di Michelino e del San Bernardino di Rossello di Jacopo è stato eseguito dalla ditta Carlo e Stefania Martelli.

Indagini scientifiche:
Laboratorio Scientifico dell’Opificio delle Pietre Dure e Laboratori di Restauro, coordinato da Daniela Pinna.

  • Indagini fisiche di Alfredo Aldrovandi, con la collaborazione di Roberto Bellucci, Ottavio Ciappi e Annette Keller.
  • Indagini chimiche di Giancarlo Lanterna, Carlo Lalli, Andrea Cagnini e Monica Galeotti.
  • Indagini biologiche di Maria Rizzi, Isetta Tosini.

Hanno inoltre collaborato Claudio Seccaroni e Pietro Moioli, dell’Enea – Roma; Bruno Radicati dell’IFAC – CNR di Firenze.