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Piano di tavolo con intarsi di marmi policromi

Opificio delle Pietre Dure, 2007-2012

 

Genesi del lavoro

Fino dall’avvio, nel 1978, dei corsi della Scuola di Alta Formazione dell’Opificio, gli allievi del Settore mosaico e pietre dure si sperimentano, nel corso dell’iter didattico, nella lavorazione specialistica dell’intarsio di marmi policromi e nel commesso di pietre dure. Questo non facile apprendistato risponde a un duplice obiettivo: la trasmissione di una sapienza tecnica rara quanto illustre, che l’Opificio è riuscito sino a oggi a mantenere intatta dall’epoca della sua fondazione (1588) come manifattura granducale, e l’ acquisizione della competenza necessaria per poter affrontare il restauro di questo genere di manufatti.

Per consuetudine gli allievi sono tenuti a realizzare un campione di intarsio, su fondo di marmo bianco, e un piccolo pannello a commesso, ispirati a opere della tradizione. Un progetto più ambizioso è stato tuttavia messo in cantiere, nel 2007, da Giancarlo Raddi delle Ruote, già capo tecnico del settore e tuttora maestro ineguagliabile delle antiche tecniche dell’ Opificio. Per i quattro allievi del terzo anno di corso (Tommaso Bogi, Sara Guarducci, Eleonora Pucci, Cosimo Tosi) è stato avviato il progetto di un intero piano di tavolo con intarsi e commessi di pietre tenere, esemplato su un tavolo di fine Cinquecento conservato al Museo degli Argenti, e del quale  l’Opificio disponeva da tempo di un lucido.

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Il modello originario

 Il piano di tavolo degli Argenti, di misura quasi quadrata (cm. 106x114), è stato pubblicato per la prima volta da A. Giusti, in U. Baldini, A. Giusti, A.Pampaloni Martelli,  La Cappella dei Principi e le pietre dure a Firenze, Milano 1978, cat. 5, pp.256-257, tav.6. In seguito ha figurato alla mostra Splendori di pietre dure. Arte di corte nella Firenze dei Granduchi,  a cura di A. Giusti, tenutasi nel 1988 a Palazzo Pitti per celebrare il quarto centenario della fondazione dell’Opificio (cfr. in catalogo la scheda a cura di A. Gonzàlez Palacios, cat. 8, pp.88-89).

Il piano, documentato dal XVII secolo nella villa del Poggio Imperiale, è un bell’ esempio del gusto dominante nei tavoli di fine Cinquecento, a Roma come a Firenze, che prediligono l’uso esclusivo di marmi archeologici, recuperati dalle rovine di età romana e impiegati per composizioni di decori aniconici, di contorno a una lastra centrale. Nel caso del nostro tavolo si tratta di un ottagono irregolare di Alabastro, iscritto in un quadrato con quattro cartigli angolari, e contornato da una fascia, dove quattro diversi tipi di cartigli simmetricamente alternati formano un fregio continuo. La lastra di fondo è di marmo bianco, scalpellata in modo da lasciare a vista le profilature bianche che definiscono il disegno dei decori, entro le quali sono intarsiate le diverse sezioni di marmi policromi. Vi si riconoscono il Giallo antico,  Bianco e Nero di Aquitania,  Verde antico, Rosso antico, Alabastro orientale, Lapislazzulo, e nei quattro cartigli degli angoli esterni, la rara Breccia Quintilina, detta anche di Tivoli. Le fonti antiche riferiscono che fu ritrovata dal cardinale del Monte (in stretto contatto con la corte medicea) a Tivoli durante il papato di Pio IV (1559-1565).

La cornice riportata, che contorna il piano di marmo bianco, è di Portasanta.

 

Il piano “moderno”

L’esecuzione del piano, avviata nel 2007, si è conclusa nel 2012. Nel corso dei cinque anni, la lavorazione è stata più volte interrotta per le esigenze operative e didattiche del Settore, e dopo la conclusione, nel 2008, del corso della Scuola che aveva intrapreso il piano questo è stato proseguito da Tommaso Bogi, Cosimo Tosi e Sara Guarducci, e infine da quest’ultima e da Giancarlo Raddi, autore e partecipe dell’ intera operazione.

Per il piano è stata acquistata una lastra di marmo bianco di Carrara, delle dimensioni previste, ovvero cm.110x116, con spessore di cm.6. Il perimetro del piano risulta di poco maggiore del suo modello agli Argenti, mentre del tutto identiche sono le misure della composizione decorativa, in quanto derivata da un lucido ricavato dal modello originale. Questo è stato riportato a matita sulla superficie marmorea, mediante carta carbone: sulla base del disegno, ha avuto inizio il lavoro di “scasso” delle zone destinate ad accogliere gli intarsi di marmi policromi. Operando con scalpello e mazzuolo, secondo la tecnica tradizionale della scultura, sono stati praticati gli scassi, profondi un centimetro circa, lasciandone a vista i sottili contorni bianchi, ovvero “cigli” secondo la dizione antica, che definiscono il disegno decorativo.

Il lavoro di scasso, e il successivo intarsio con sezioni di marmi policromi, è stato effettuato a zone, procedendo dalla fascia di rigiro verso il centro del piano. Le singole sezioni policrome sono state tagliate con la tecnica e strumentazioni tradizionali, ovvero fissando la “fetta” lapidea  prescelta, di spessore di circa 6/7 mm., sul banco di lavoro (ottocentesco, che ripropone il modello da sempre in uso nella manifattura), tramite una morsa che la tiene bloccata in verticale. Sulla lastra si fissa un modellino su carta della sezione che si vuole ricavare dalla fetta lapidea: si pratica un foro su un punto del perimetro, vi si fa passare il filo di ferro dolce, e quindi lo si lega all’ archetto formato da un ramo di castagno incurvato. A questo punto può cominciare l’ azione di taglio, muovendo ritmicamente l’archetto per segare la fetta secondo il perimetro voluto, e cospargendo a ciascun passaggio dell’archetto il filo di ferro con polvere abrasiva umidificata (Carborundum) : l’azione combinata dell’archetto e dell’abrasivo consente il taglio della pietra, che viene via via posizionata in modo diverso nella morsa, secondo l’ andamento del taglio da effettuare. Per garantire ai bordi della sezione così tagliata la necessaria regolarità, perché riescano perfetti il suo incastro nel marmo o commettitura con altre pietre, vengono levigati con lime a ferro e lime diamantate, quest’ultime riservate alle pietre di durezza maggiore.

A questo punto le sezioni sono pronte per essere incassate nel piano di marmo: quelle di spessore più sottile sono state foderate con una sottile lavagna, anche questa segata a filo e in precedenza applicata alla pietra tramite il collante di tradizione, fatto di cera d’api e colofonia. Lo stesso collante, riscaldato con una spatola, disciolto e colato in una lieve stesura per non creare inopportuni spessori, serve a fissare le sezioni entro le casse del piano marmoreo. Queste al momento della loro collocazione vengono scaldate e premute sul collante, che ritornando viscoso per effetto del calore garantisce l’ adesione delle sezioni.

Operazione finale è stata la lucidatura del piano, che comporta inizialmente anche una spianatura, per ottenere la perfetta livellatura della superficie. Sia questa che la lucidatura avvengono  attraverso ripetuti passaggi manuali di un blocchetto di calcedonio, che trascina sulla superficie abrasivi di granulometria progressivamente più fine, fino alla saturazione delle porosità dei marmi.

Per il bordo del tavolo, intendendo garantirgli la possibile stabilità si è scelto di non aggiungere una cornice di rigiro ma di scalpellare la lastra stessa, con una modanatura a “becco di civetta” che era frequente nei tavoli cinquecenteschi. La lucidatura di questa zona convessa è stata attuata con gli stessi abrasivi, strofinati con un panno. Una lieve stesura finale di cera, facilmente rimovibile, ha garantito protezione e ulteriore finitezza alle superfici.

Le pietre policrome che compongono i decori provengono tutte dalle raccolte storiche dell’Opificio, specialmente ricche di pietre dure, ma dotate ancora, e con una certa abbondanza, di frammenti di marmi archeologici che nel primo periodo di attività della manifattura i Medici fecero venire in quantità da Roma. E’ noto che nella Roma imperiale confluirono i marmi e i calcari più variegati e preziosi, selezionando il meglio di quanto le Province dell’ Impero potevano offrire. E tali sono  i materiali che sono stati scelti per il tavolo, sulla falsa riga del modello degli Argenti, ma variandone in parte qualità e cromia a seconda della disponibilità delle pietre, ma anche del gusto cromatico degli artefici, che di questi lavori erano e sono non solo esecutori, ma anche interpreti creativi del modello pittorico.

Per l’ottagono centrale è stato scelto un diverso tipo di Alabastro orientale (pietra calcarea di qualità traslucida, che si presenta con sfumature  e macchie variegate), bordato da un listello di Semesanto, proveniente dall’ isola di Skyros (Sporadi settentrionali), in Grecia; il riquadro interno è di Giallo antico, ovvero Marmor Numidicum, in quanto originario dell’ antica Numidia, nell’Africa settentrionale; le quattro cartelle che vi si iscrivono sono di Bianco e nero antico (Marmor celticum), dalle cave poste ai piedi dei Pirenei, nell’ antica Aquitania, con bordure di Breccia d’Egitto, Rosso antico (dal promontorio del Tenaro, in Grecia) e Lapislazzulo. La fascia di rigiro ha fondo di marmo nero del Belgio (nei documenti antichi spesso indicato impropriamente come Paragone di Fiandra); scudi angolari di Alabastro, entro cornice di Breccia d’Egitto, Rosso antico, Lapislazzulo e Giallo di Siena, sfumato di rosso arroventandolo, come era uso frequente; cartelle verticali sui quattro lati, dove si alternano l’Alabastro, il Broccatello di Spagna (da Tortosa) e il Rosso antico;  quattro cartelle centrali a ciascun lato, che a coppie di due sono nello stesso Alabastro dell’ottagono centrale, e in Bianco e nero antico, con eguale cornice di Breccia d’Egitto, Giallo di Siena, Rosso antico e Lapislazzulo. I “drappeggi” che nella fascia di rigiro collegano la sequenza della cartelle sono di Alabastro a pecorella, originario della zona dell’attuale Algeria, che grazie al vibrante pittoricismo delle sue macchie rosso violacee sembra alludere alla morbida sericità di un panneggio. Nella stessa zona, spiccano sul fondo nero “bottoncini” di corallo e madreperla, materiali entrambi spesso presenti nei lavori del primo periodo della manifattura medicea.

A fine lavoro, sotto il piano marmoreo è stata scalpellata la scritta Opificio delle Pietre Dure 2012