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La crocifissione della Pinacoteca civica di Forlì

La mostra La crocifissione della Pinacoteca civica di Forlì: una fiaba sacra resterà aperta fino al 31 ottobre 2009 presso il Museo dell'Opificio in via degli Alfani, n. 78 a Firenze.

L'opera, che raffigura una Crocifissione, proviene dalla Pinacoteca civica di Forlì. L'accurato ed innovativo restauro è stato effettuato da una delle allieve della Scuola di Alta Formazione dell'Opificio delle Pietre Dure. Arazzo Crocifissione con scene della Passione  - Cristo

L'arazzo della Crocifissione con scene della Passione, raffinato esempio della maestria degli artisti fiamminghi, è documentato nella città di Forlì, presso il convento di S. Agostino, a partire dal 1525 e fa parte delle collezioni civiche del Comune di Forlì dal 1836.

La maestria con la quale l'opera è stata realizzata, la sensibilità con la quale sono stati impiegati gli elementi tecnici, i materiali e i colori, hanno fatto ipotizzare un'origine di eccellenza all'interno della manifattura di Pieter van Aelst, la più prestigiosa a Bruxelles nel primo trentennio del ‘500. L'incredibile ricchezza di particolari, la dettagliata narrazione del paesaggio sullo sfondo, la notevole forza espressiva dei volti e la descrizione dello sfarzoso corteo sono creati grazie alla sapiente giustapposizione dei materiali, colpisce infatti l'uso di fili di seta vivacemente colorati e dei filati metallici che definiscono le superfici colpite direttamente dalla luce.

L'opera è stata esposta continuativamente all'interno della Pinacoteca Civica di Forlì dal 1836 ad oggi. L'accumularsi della polvere sulla sua superficie e le reazioni con gli agenti inquinanti dell'aria avevano gravemente irrigidito e inaridito le fibre tessili fino a rendere difficile e rischiosa ogni movimentazione. Il sistema espositivo ottocentesco che fissava l'arazzo ad un telaio per mezzo di chiodi, aveva determinato gravi danni a carico delle zone perimetrali. Arazzo Crocifissione con scene della Passione - MercantiL'esposizione continua aveva prodotto anche il degrado dei coloranti naturali utilizzati per la tintura dei filati determinando un accentuato abbassamento della scala cromatica e il viraggio di alcuni toni. Alcune patine scure ricoprivano interamente le zone tessute con filato metallico.

Il restauro è iniziato nell'aprile 2008 come tesi di diploma di Federica Favaloro allieva della Scuola di Alta Formazione dell'Opificio e si è concluso, con il contributo del Rotary Club Firenze Certosa, nel luglio 2009. Le caratteristiche straordinarie dell'arazzo hanno messo in luce la necessità di un approccio del tutto personalizzato. Il concetto di "minimo intervento" è stato sviluppato con l' obbiettivo di ricercare un equilibrio tra il consolidamento della struttura, il completamento estetico dell'opera e il rispetto verso la precaria condizione conservativa dei materiali costituenti. In questa ottica è stato messo a punto un percorso operativo nuovo a partire dal sistema di pulitura, indispensabile per permettere il successivo consolidamento. Per evitare qualsiasi indebolimento della struttura tessile è stato realizzato un sistema di lavaggio dalle tempistiche notevolmente ridotte, con l'obbiettivo di restituire idratazione alle fibre, eliminare gli agenti inquinanti, recuperare gli originali rapporti cromatici. A tal proposito il filato metallico, oscurato da patine diffuse, è stato trattato prima del lavaggio con una pulitura localizzata per mezzo di piccoli pennelli, che ne ha permesso il completo recupero. Nella fase successiva una tecnica sperimentale, a partire dal metodo integrativo, è stata avviata con la prerogativa di ottenere sia il recupero strutturale sia quello estetico.

Orario della mostra:

Settembre: dal lunedì al sabato: ore 8.15 - 14.00; giovedì e primo e terzo martedì del mese: 8.15 - 19.00
Ottobre: dal lunedì al sabato: ore 8.15 - 14.00; giovedì: 8.15 - 19.00
Chiuso le domeniche e i giorni festivi
Per informazioni: Opificio delle Pietre Dure, Ufficio Promozione Culturale, tel. 055 2651346/347

 

Storia


La Crocifissione con scene della Passione è documentata nella città di Forlì, presso il convento di S. Agostino, a partire dal 1525, quando le fonti attestano la donazione al convento di una raccolta ricavata dal fallimento della famiglia Teodoli, che comprendeva "arazzi di seta e oro di lavoro bellissimo". La storia dell'opera è difatti intimamente legata ad un altro prezioso panno, conservato a Forlì, una Crocifissione con figure, realizzato quasi certamente nello stesso periodo. Verosimilmente gli arazzi dovevano arricchire la dimora dei Teodoli, sebbene le fonti non chiariscano quando i preziosi panni giunsero a Forlì né quale fosse l'utilizzo di due opere raffiguranti il medesimo soggetto. Un'ipotesi plausibile è che l'opera qui esposta, più monumentale e ricca di oro e di argento, decorasse la cappella di famiglia mentre l'altra Crocifissione fosse stata destinata ad una camera privata.

La produzione arazziera, sviluppatasi nelle Fiandre, vedeva in quegli anni la fioritura, nella città di Bruxelles, di una serie limitata di piccoli e preziosissimi panni per uso devozionale privato destinati proprio al mercato italiano. L'arazzo si lega stilisticamente alla scuola di Rogier van der Weyden e si collega alla serie della Passione conservata a Trento (Museo Diocesano Tridentino) e ad altri esemplari esistenti in Europa che fanno capo ai medesimi cartoni preparatori, ideati probabilmente all'inizio del ‘500. La presenza di riferimenti alle incisioni di Albrecht Dürer (1511), in particolare la scenetta in alto a sinistra, ci permette di limitare il periodo di nascita dell'opera che sicuramente venne prodotta tra 1511 e 1525.

L'arazzo venne conservato presso il convento fino alla soppressione di quest'ultimo e alla distruzione dell'edificio nel 1797. Si perdono le tracce dei due arazzi già Teodoli fino alla creazione delle collezioni civiche di Forlì presso l'antica biblioteca nel 1836. Da quel momento, le opere entrate a far parte del patrimonio pubblico diventano parte della Pinacoteca civica di cui ancora arricchiscono le collezioni .

 

La tecnica di esecuzione


Osservando più da vicino un arazzo possiamo facilmente cogliere gli elementi componenti la struttura tessile. Si tratta infatti di un intreccio a tela dove l'ordito, un filato di lana grezza che corre in senso orizzontale, viene completamente avvolto dalle traArazzo Crocifissione con scene della Passione - Pia donname preziose che compongono la figurazione. La maggiore dimensione dei fili di ordito fa si che questi, nonostante coperti, rimangano subito identificabili generando l'effetto "cordonato" della superficie che caratterizza la tecnica di tessitura ad arazzo.

La realizzazione del panno può essere ricondotta a due fondamentali momenti creativi: una prima fase ideativa, quella cioè della creazione del modello pittorico, sviluppatasi nei secoli sul gusto delle ricche committenze; e una seconda importantissima fase di "trasposizione" del modello per mezzo della tessitura.

Il fascino suscitato dagli arazzi è fondamentalmente legato a questa seconda misteriosa fase. La traduzione degli effetti pittorici del modello in arazzo avviene infatti tramite un linguaggio tecnico autonomo, basato su pochi e semplici elementi, rimasto immutato nella storia della produzione arazziera. Solo la sensibilità e la creatività degli arazzieri ha permesso interpretazioni sempre nuove e sensibili ai molti effetti racchiusi nella tecnica pittorica.

L'arazzo in mostra è un raffinato esempio della maestria degli artisti fiamminghi: la sensibilità con la quale vengono impiegati gli elementi tecnici, i materiali e i colori ha fatto ipotizzare un'origine di eccellenza all'interno manifattura di Pietre van Aelst, la più prestigiosa a Bruxelles nel primo trentennio del ‘500.

Il numero di fili per centimetro ( in gergo "riduzione") ha reso possibile un'incredibile ricchezza di particolari: la dettagliata narrazione del paesaggio sullo sfondo, la notevole forza espressiva dei volti e la descrizione dello sfarzoso corteo sono creati grazie alla sapiente giustapposizione dei materiali. Colpisce infatti l'uso di sete vivacemente colorate e dei filati metallici che definiscono le superfici colpite direttamente dalla luce.

Il chiaroscuro che definisce i volumi è creato grazie a passaggi cromatici graduali grazie all'utilizzo di filati tinti con diverse percentuali di colorante. L'attenzione viene catturata anche dalla scelta di luminose sete per i personaggi in primo piano mentre tutto lo sfondo è realizzato in lana.

 

Lo stato di conservazione


L'opera è stata esposta continuativamente all'interno della Pinacoteca Civica di Forlì dal 1836 ad oggi. L'accumularsi delle polveri e le reazioni con gli agenti inquinanti dell'aria avevano gravemente irrigidito e inaridito le fibre tessili fino a rendere difficile e rischiosa ogni movimentazione. Il sistema espositivo ottocentesco, che prevedeva il tensionamento del tessuto su telaio ligneo, per mezzo di chiodi, aveva determinato un diffuso degrado a carico delle zone perimetrali: parte delle bordure erano state ripiegate su se stesse per contenere le dimensioni dell'arazzo, mentre i chiodi usati nel sistema espositivo avevano causato innumerevoli lacerazioni nel tessuto e moltissime piccole macchie di ruggine. Gli angoli in alto e l'intero lato orizzontale inferiore erano totalmente mancanti.

L'esposizione continua aveva prodotto anche un accentuato abbassamento della scala cromatica e il viraggio di alcuni toni. Questa condizione particolare è tipica conseguenza del degrado dei coloranti naturali utilizzati per la tintura dei filati e determina il caratteristico aspetto "pallido" di molti arazzi. Nell'opera qui esposta allo sporco generico che modifica gli originali rapporti cromatici si aggiungevano delle patine scure che ricoprivano interamente le zone tessute con filato metallico determinando un'errata percezione del chiaroscuro e dei volumi.

Dal punto di vista microscopico i test di laboratorio hanno evidenziato un degrado molto avanzato delle fibre, in particolare a carico della seta. Si è inoltre reso evidente un uso di materie prime di bassa qualità, in particolare in relazione alla tecnica tintoria: aspetto difficilmente comprensibile se si pensa alla superba sensibilità di linguaggio tecnico e all'eccellenza del modello pittorico di riferimento.

 

Il restauro


Le caratteristiche straordinarie dell'arazzo hanno messo in luce la necessità di un approccio del tutto personalizzato.

Arazzo Crocifissione con scene della Passione - Pia donnaIl concetto di "minimo intervento" è stato sviluppato con l' obbiettivo di ricercare un equilibrio tra il consolidamento della struttura, il completamento estetico dell'opera e il rispetto verso la precaria condizione conservativa dei materiali costituenti.

In questa ottica, guidati dal costante dialogo con l'opera, è stato messo a punto un percorso operativo nuovo a partire dal sistema di pulitura, indispensabile per permettere il successivo consolidamento. Per evitare qualsiasi indebolimento della struttura tessile è stato realizzato un sistema di lavaggio poco invasivo, dalle tempistiche notevolmente ridotte, con l'obbiettivo di restituire idratazione alle fibre, eliminare gli agenti inquinanti, recuperare gli originali rapporti cromatici. A tal proposito il filato metallico, oscurato da patine diffuse, è stato trattato prima del lavaggio con una pulitura localizzata per mezzo di piccoli pennelli, che ne ha permesso il completo recupero.

Nella fase successiva una tecnica sperimentale, a partire dal metodo integrativo, è stata avviata con la prerogativa di ottenere sia il recupero strutturale sia quello estetico. La struttura tessile estremamente densa e sottile impediva di fatto il tradizionale inserimento dell'ordito di restauro, momento fondamentale della tecnica integrativa cui succede l'integrazione cromatica per mezzo delle trame. Le simulazioni di consolidamento su campioni ad uso didattico hanno prodotto un interessante metodo alternativo: l'ordito, accostato sul retro dell'opera, non interviene direttamente all'interno della struttura ma ha solo la funzione di sostegno delle trame che vanno a consolidare l'area adiacente alla lacuna. Tale sistema è reso possibile dall'eccezionale finezza del tessuto che non accentua l'effetto di sottolivello esteticamente negativo.

In fase terminale per preservare il margine inferiore, è stato utilizzato un tessuto commerciale con aspetto e caratteristiche tecniche simili a quelle dell'arazzo con la doppia funzione di supporto dell'area indebolita e di completamento ottico dell'area mancante.