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Cere inedite di Gaetano Giulio Zumbo

Introduzione

Gaetano Zumbo è probabilmente il ceroplasta più noto del XVII secolo.

Di origini siciliane, si trasferì a Napoli e successivamente a Firenze dove trascorse quattro anni, dal 1691 al 1695, al servizio del Granduca Cosimo III de’ Medici, per il quale realizzò inquietanti teatrini che hanno come tema i vari stati di composizione dei cadaveri umani. Ricordiamo il Trionfo del tempo e la Pestilenza, la Vanità della grandezza umana e il Morbo gallico (le conseguenze della sifilide) che oggi sono conservate al Museo della Specola di Firenze.

Degli anni fiorentini resta anche la strabiliante testa scorticata, modellata su un teschio vero che è caratterizzata da un realismo eccezionale e rappresenta un notevole studio lenticolare dell’anatomia.

L’abate siciliano fu chiamato anche a Bologna e poi si trasferì a Genova dove trascorse cinque proficui anni nei quali si dedicò anche a temi religiosi con una Natività e una deposizione dalla croce, purtroppo perdute.
A Genova iniziò anche una collaborazione con il chirurgo francese Guillaume Desnoues per l’esecuzione di preparati anatomici.

Dopo un periodo trascorso a Marsiglia, la fama del ceroplasta giunse fino a Parigi dove fu invitato a esibire una sua testa anatomica all’Academie Royale des Sciences nel maggio 1701 che ancora oggi si conserva al Museum National d’Histoire Naturelle e dove modificò il cognome originario di Zummo in Zumbo. In seguito al successo ottenuto l’artista ottenne da Luigi XIV il monopolio delle preparazioni anatomiche e l’autorizzazione a tenere pubbliche lezioni di anatomia.

Non molte persone avrebbero intuito che dietro alcuni mucchietti di pezzetti di cera infangati si celasse un’opera d’arte. Il salvataggio e il riconoscimento del gruppo di cere che qui presentiamo dopo il restauro si deve a Mario Scalini.

Dopo un paziente ed esemplare restauro eseguito da Rosanna Moradei, coadiuvata nella fase finale da Maria Grazia Cordua e Lisa Lombardi, si sono potute recuperare alcuni frammenti di una scenografia e cinque figure umane: un bimbo, un uomo, una donna e due scheletri.

Queste figure dovevano far parte di una composizione molto più popolata che rappresentava un teatrino sulla fugacità della vita, tema particolarmente sentito a partire dagli inizi del Seicento dopo la guerra dei Trent’anni con il dilagare in tutta Europa di terribili epidemie di peste, ma anche del morbo gallico, ovvero della sifilide. Di questi temi si era spesso occupato lo Zumbo in teatrini fitti di corpi che hanno come sfondo scene di rovine. Fin dal suo ritrovamento lo Scalini ha ipotizzato che potesse trattarsi di un teatrino con le conseguenze del morbo gallico.

Laura Speranza

Le 11 tavole esplicative (in formato PDF) esposte alla mostra tenuta tra il 15 ed il 30 gennaio 2010 nel  Museo dell'Opificio,

Un articolo in inglese di presentazione della mostra


Direzione lavori 

  • Laura Speranza

Direzione tecnica e restauro

  • Rosanna Moradei

Indagini scientifiche

  • Giancarlo Lanterna

Documentazione fotografica

  • Marco Brancatelli - Rosanna Moradei

Ditte esterne

Elaborazione del progetto della teca

  • Grazia Cordua, Lisa Lombardi

Esecuzione della teca

  • Ditta Simone Chiarugi

Soprintendenza per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico per il Polo  Museale della città di Firenze
Direttore Galleria Palazzo Mozzi - Giovanna Damiani
Ex direttore Galleria Palazzo Mozzi - Mario Scalini