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Leonardo, Sala delle Asse, Milano

L’Opificio delle Pietre Dure
al lavoro
nella Sala delle Asse del Castello Sforzesco di Milano

Un Leonardo da Vinci quasi dimenticato?

La decorazione murale della Sala delle Asse, un ambiente a pianta quadrata situato alla base del torrione nord-est del Castello Sforzesco, è ascritta dalle fonti a Leonardo da Vinci, che vi lavorò nel 1498. Si estende oggi, dopo secoli di dimenticanza e abbandono e alcuni interventi più o meno rispettosi del passato, sulla volta e la parete nord della Sala. Essa costruisce un padiglione, fittamente intrecciato, di rami e fogliame di gelso, sorretto da potenti tronchi dalle smisurate radici, dipinte a monocromo. Sulla volta nel fitto intreccio di rami e foglie che quasi copre il cielo si insinua una corda dorata fissata a questa architettura di fronde con saldi nodi. Il tema elabora in senso naturalistico ed illusionistico un motivo ben noto nelle decorazioni cosiddette “a verziere” delle dimore private di Medioevo e primo Rinascimento.

Quando a partire dal 1499 il Ducato di Milano venne conquistato dai francesi, iniziò un periodo di decadenza per il Castello che successivamente fu addirittura trasformato in caserma, mentre la Sala delle Asse fu adibita a stalla. La decorazione pittorica fu visibile fino al Seicento: a partire dal secolo successivo sopra la pittura di Leonardo fu intonacata a calce.

Quando nel 1893 il Castello divenne di proprietà della Municipalità di Milano, cominciarono i lavori di restauro del monumento sotto la direzione dell’architetto Luca Beltrami. Fu allora che, su indicazione dello stesso Beltrami, lo studioso tedesco Paul Müller-Walde iniziò a rimuovere gli strati di intonaco nella Sala delle Asse, trovando le pitture di Leonardo. Non è documentato lo stato conservativo in cui versava il dipinto murale quando venne ritrovato: è noto tuttavia che Beltrami, consapevole della portata della sua scoperta, ordinò al pittore e decoratore Ernesto Rusca il restauro della decorazione. Rusca intervenne solamente sulla volta: il monocromo, considerato non originale, fu coperto. Così come era nelle consuetudini dell’epoca, la volta venne totalmente ridipinta dal Rusca.

Nel 1954, a seguito dei lavori di ripristino del Castello dopo la Seconda Guerra Mondiale, fu condotto un secondo restauro della Sala delle Asse, eseguito da Ottemi Della Rotta. Durante questo intervento furono parzialmente rimosse le ridipinture del Rusca e venne riscoperto il frammento di monocromo o disegno preparatorio monocromo, rappresentante grosse radici che penetrano in alcune stratificazioni rocciose: si tratta della base di uno dei fusti degli alberi, da cui originariamente si dipartivano le fronde che coprono la volta della sala. Questa scoperta ha confermato inequivocabilmente come il programma iconografico non fosse circoscritto alla volta, la parte oggi meglio conservata, ma intendesse svilupparsi ampiamente anche sulle pareti circostanti.

Nel 2006, a causa della situazione di degrado in atto, venne avviata una campagna di studio per l’analisi dello stato di conservazione delle pitture che evidenziò la necessità di un nuovo intervento. La campagna di indagini venne già all’epoca eseguita dal Laboratorio Scientifico dell’Opificio delle Pietre Dure.

In seguito alle risultanze di quella campagna di studio, poi ripresa nel 2011 da Direzione Regionale, Comune di Milano e Opificio delle Pietre Dure, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici e la Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio di Milano, è stato messo a punto un progetto di restauro conservativo con un triplice obiettivo:

    • indagare ed eliminare le cause del deterioramento delle pitture;

    • identificare attraverso indagini gli strati di ridipintura e gli interventi che si sono succeduti nel tempo;

    • valutare la possibilità di un recupero della leggibilità della decorazione nel rispetto della storia conservativa dell’opera.

Il progetto attuale riguarda le ricerche preliminari e la campagna diagnostica; l’intervento sul cosiddetto “monocromo”, vale a dire il disegno preparatorio dipinto sulle pareti dell’angolo nord della Sala; la realizzazione del cantiere di studio sui dipinti della volta e delle lunette.
Delle fasi operative si occupa direttamente l’OPD, attraverso i restauratori, il direttore tecnico ed il direttore storico dell’arte del proprio settore di Restauro Pitture Murali, all’opera dal giugno 2013.

Per il momento da ora sono state avviate fasi di analisi e verifica della diagnostica preliminare già effettuata, di progettazione di ulteriori campagne diagnostiche di approfondimento e di saggi stratigrafici. Sulla volta è stato avviato uno studio di rilevazione sistematica, sulla base della documentazione fotografica, fotogrammetrica e multispettrale, relativa alla ricostruzione dell’impianto compositivo originale, che sta dando risultati assai interessanti. Nel contempo si sono avviate fasi di studio relative al “monocromo” e sugli intonaci originali, alle loro caratteristiche e problematiche conservative.

La superficie degli intonaci è interessata da una diffusa craquelure, particolarmente evidente e marcata dove era localizzata la cappa del camino. A circa tre metri di altezza, in entrambi i frammenti del monocromo, è visibile a luce radente un’attaccatura d’intonaco che taglia orizzontalmente le due pareti. Nelle parti dove l’intonaco risulta abraso è stato possibile osservare la presenza di una piccola percentuale di aggregato di colore rosso quasi sicuramente costituito da polvere di laterizio.

La pittura leonardesca risulta rivestita da una pesante patina formata da materiale di deposito. Sono stati effettuati due piccoli saggi per la rimozione del particellato sovrapposto. I saggi di pulitura hanno dimostrato che la patina di materiale di deposito è facilmente rimovibile e che, almeno nelle due zone trattate, le stesure di colore del disegno sono resistenti all’operazione. Su quasi tutta la parte dipinta sono presenti residui della scialbatura, non rimossi nell’intervento degli anni ’50 del secolo scorso.

La parte di monocromo adiacente alla finestra, nella parete nord est, è interessata da efflorescenze saline che hanno provocato una rilevante decoesione della superficie. Sulle efflorescenze saline sono già stati effettuati, a cura del CNR, dei micro prelievi (tramite leggera spolveratura superficiale) che hanno evidenziato la presenza di nitrato di sodio, forse dovuto a trattamenti pregressi con soda caustica o da iniezioni di cemento dovute al restauro precedente.

Durante queste prime osservazioni ravvicinate è stata verificata anche la presenza di distacchi fra gli strati d’intonaco. La stuccatura perimetrale, realizzata negli anni ’50 e intonata con una tinta neutra, è interessata da un diffuso degrado che ha manifestazioni simili a quelle provocate dai cosiddetti bottaccioli (cioè presenza di agglomerati di inerte nell’intonaco). In molte parti la tinta neutra si soprammette all’intonaci originali.

Su tutta la superficie dipinta sono presenti numerose stuccature, di dimensioni contenute, che sono state reintegrate a imitazione durante l’intervento di restauro degli anni ’50. Questi rifacimenti si presentano oggi alterati cromaticamente verso tonalità verdognole. Alcune osservazioni ravvicinate fanno supporre che, durante il restauro di Ottemi della Rotta, la pittura originale sia stata leggermente rinforzata con velature di colore in molte parti. 

In questo primo periodo il lavoro si è inoltre focalizzato sulle zone dove l’intonaco originale è ancora coperto da scialbature che potrebbero occultare  altre aree di pittura leonardesca, con il duplice scopo, quindi, di accertare la presenza di disegno o pittura originale sotto lo scialbo e di mettere a punto una metodologia per la rimozione degli strati sovrapposti di scialbatura.

Le zone in questione riguardano una fascia, di circa ottanta centimetri di altezza, situata subito sotto la pittura delle lunette, e che è presente sulle pareti sud est e sud ovest e sulla  metà delle pareti nord est e nord ovest. Frammenti d’intonaco originale coperto ancora dallo scialbo sono presenti anche nell’imbotte delle due finestre della sala. Mediamente sono state individuate sette stratificazioni di scialbatura, ma in qualche parte, sono presenti un numero assai più cospicuo di strati, fino a tredici. Le zone in cui il numero di scialbature è elevato sono localizzate nella parte bassa della parete sud est, in prossimità con la parete nord est, e in alcune parti, sempre nella zona inferiore della fascia, della parete sud ovest.

In questo periodo iniziale sono stati realizzati diversi saggi di scopritura dislocati su tutte le pareti. In molti di questi, sotto gli strati di scialbo, sono emersi segni neri, tracciati probabilmente con carbone, che disegnano il fusto degli alberi che portano i rami e i fogliami della volta (foto n. 1, 2 ). Il tracciato di questi alberi non corrispondente perfettamente al la realizzazione pittorica sovrastante, frutto di un passato intervento di restauro-ripristino: nell’abbozzo a carboncino la larghezza del fusto risulta  più stretta e la linea del profilo è più mossa, naturalistica e meno regolare. In una zona della parete sud est il segno nero che delimita il fusto dell’albero presenta una leggera incisione diretta che segue precisamente il tracciato nero. Le caratteristiche di questa incisione farebbero pensare che sia stata eseguita sull’intonaco ancora non completamente asciutto (foto n. 3, 4). In alcune parti scoperte sono venute in luce gocciolature di colore, quasi sempre di un tono simile a quello adoperato per il monocromo; mentre in due casi gli schizzi sono di colore rosato e in un altro verde. 

In un’area di scopritura effettuata sulla parete sud est è stata riscoperta un’ulteriore finitura del disegno a carboncino realizzata con stesure a pennello di un colore nero brunastro che, con un tratteggio parallelo e non incrociato, va ad accennare gli effetti chiaroscurali dei rami e delle foglie qui disegnate (foto n.5, 6). Le caratteristiche di queste stesure a pennello sono simili a quelle presenti nel piccolo frammento che si trova isolato in basso sulla parete nord est e su cui sembra che Ottemi della Rotta non sia intervenuto.

Per il momento le prove di scopritura fin qui realizzate sono state svolte principalmente con mezzi meccanici (bisturi e martelline), ma la particolare tenacia e aderenza che caratterizza gli strati di scialbo, soprattutto quelli più interni, richiederà l’utilizzo di altre metodologie che possano favorire una più sicura e veloce rimozione degli scialbi senza intaccare lo strato superficiale originale. Verranno quindi sperimentante nelle prossime sessioni di lavoro anche metodologie diverse quali ablatori ad ultrasuoni, strumentazioni laser ed eventuali metodologie con materiali chimici che, opportunamente applicati, permettano l’ammorbidimento degli strati di scialbo senza intaccare i materiali originali.  

L’avvio dei lavori è stato preceduto da due anni di studio che hanno portato anche ad alcune novità storiche di notevole rilevanza:oltre ad avere acquisito molte informazioni sulle vicende della Sala nei secoli meno noti – dal XVI alla metà del XIX – recentemente l’archivista incaricato delle ricerche, Carlo Catturini, ha scoperto il vero nome della sala nell’epoca di Ludovico il Moro, che non era “Sala delle Asse”, come definita da Beltrami, bensì Camera dei Moroni: un evidente riferimento encomiastico a Ludovico Sforza, che era detto il Moro non solo per l’incarnato scuro, ma anche per il lavoro di valorizzazione della produzione della seta, che si basava su estensive colture del gelso (in latino, appunto, morus).

ARCUS SpA - Società per lo sviluppo dell'arte, della cultura e dello spettacolo, e l’Azienda A2A, attraverso il proprio Comitato di liberalità, finanziano  il progetto di restauro che si inserisce nel contesto delle attività della città di Milano in vista dell’Expo del 2015.

I lavori sono seguiti anche da un Comitato Scientifico di livello internazionale, il cui presidente è il Direttore dei Servizi Museali del Castello Sforzesco, dr. Claudio Salsi

 

Soprintendente: Marco Ciatti
Direttore del Settore restauro Pitture Murali e direttore dei lavori di restauro: Cecilia Frosinini
Direttore tecnico: Fabrizio Bandini
Restauratori: Fabrizio Bandini, Alberto Felici, Mariarosa Lanfranchi, Paola Ilaria Mariotti

Partners istituzionali e scientifici per il restauro della Sala delle Asse

Progetto di restauro: MIBACT, Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Lombardi; Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio di Milano; Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici di Milano; Opificio delle Pietre Dure di Firenze (cui spetta anche l’esecuzione del restauro del monocromo e del cantiere di studio sulla volta)

Politecnico di Milano – Dipartimento di Scienze e Tecnologia dell’Ambiente Costruito: Termografia, monitoraggio microclimatico, rilevamento quantità di umidità nella muratura, monitoraggio della situazione statica e analisi strutturale

Opificio delle Pietre Dure e Laboratorio di Restauro: indagini preliminari fase conoscitiva 2006 (analisi delle malte, diagnostica multispettrale e indagini ottiche); diagnostica in infrarosso dual band (con l’Università di Verona, Facoltà di Fisica)

CNR – Istituto per la Conservazione e la Valorizzazione dei Beni Culturali: iIndagini scientifiche per identificazione dei prodotti di degrado, delle malte e intonaci originali e di restauro, dei pigmenti e dei leganti

Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale: campagna di rilievo tridimensionale e RTI; diagnostica multispettrale e indagini ottiche

Culturanuova s.r.l. – Arezzo: sistema di documentazione informatica e valorizzazione; progetto generale e acquisizioni in Modus Operandi®

Hal 9000 s.r.l. – Haltadefinizione®: rilievo in alta definizione delle superfici pittoriche

Mauro Ranzani: documentazione fotografica di cantiere

 

Crediti del cantiere Sala delle Asse

 

Ente committente

Comune di Milano – Direzione Centrale Cultura; Assessore: Filippo Del Corno; Direttore Centrale: Giulia Amato; Direttore Settore Soprintendenza Castello, Musei Archeologici e Musei Storici: Claudio A. M. Salsi; Ufficio Amministrativo: Renato Rossetti, Piera Briani; Conservatore Responsabile Raccolte Artistiche del Castello Sforzesco: Francesca Tasso; Direttore Settore Valorizzazione Patrimonio Artistico e Sviluppo Servizi e Responsabile Unico del Procedimento: Laura Galimberti; Assistente al Responsabile Unico del Procedimento – Settore Soprintendenza Castello: Giorgio Sebastiano Di Mauro

  

Progetto di restauro

  • Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Lombardia

    Michela Palazzo, Funzionario Restauratore conservatore

     
  • Opificio delle Pietre Dure di Firenze

    Marco Ciatti, Soprintendente

    Cecilia Frosinini, Funzionario Storico dell’Arte – Direttore del Settore Restauro delle Pitture Murali

     
  • Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio di Milano

    Alberto Artioli, Soprintendente

     
  • Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici di Milano

    Sandrina Bandera, Soprintendente

     
  • Settore Soprintendenza Castello, Musei Archeologici e Musei Storici del Comune di Milano

    Claudio A.M. Salsi, Direttore

     

Direzione dei lavori

  • Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Lombardia

Michela Palazzo, Funzionario Restauratore conservatore

  • Opificio delle Pietre Dure

Cecilia Frosinini, Funzionario storico dell’arte, direttore coordinatore

 

Direzioni operative

  • Opificio delle Pietre Dure di Firenze – Settore Restauro delle Pitture Murali

    Fabrizio Bandini, Funzionario Restauratore, Direttore tecnico

     
  • Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici di Milano

    Andrea Carini, Funzionario Restauratore

     
  • Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Lombardia – Ufficio Tecnico

           Giampiero Bonnet, Funzionario per le Tecnologie

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