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Benedetto da Maiano, Crocifisso, Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Firenze

Il Crocifisso dell’altar Maggiore del Duomo Fiorentino è stato scolpito in legno di tiglio da Benedetto da Maiano, uno dei maggiori artisti del primo Rinascimento, alla fine del XV secolo, entro il 1497, data di morte dell’artista, che lo lasciò privo di colore nella sua bottega in via dei Servi, a due passi dalla Cattedrale. L’Opera del Duomo, che aveva commissionato la scultura all’artista, erogò due pagamenti al figlio di Benedetto, Giovanni, nel giugno 1508 e nel luglio 1509, specificando chiaramente che l’opera era stata compiuta dal padre, ma che non era stata consegnata. Sempre l’Opera del Duomo, fra l’aprile e il giugno 1510 fece dipingere il Crocifisso al pittore Lorenzo di Credi, che si era formato nella bottega di Andrea Verrocchio.

Nel novembre 2009, l’Opera del Duomo, a seguito di una proposta di Sua Eminenza, il Cardinale Giuseppe Betori, ha richiesto all’Opificio delle Pietre Dure di verificare se sotto la spessa ridipintura a finto bronzo, eseguita da Giovanni Dupré nel 1843, si trovasse ancora la policromia più antica e di valutare se fosse praticabile il suo ritrovamento. Dopo numerose indagini effettuate in situ dal Settore di restauro della Scultura lignea e dal Laboratorio Scientifico dell’Opificio che hanno rassicurato sulla esistenza di una policromia antica, a carattere naturalistico, sotto lo strato della pittura a finto bronzo, è stato deciso di procedere al restauro completo.

Nei laboratori della Fortezza da Basso il Crocifisso, che era interessato da una miriade di fori di tarlo, è stato disinfestato con un trattamento anossico, entro una tenda appositamente realizzata. Successivamente si è proceduto ad effettuare piccoli saggi per la rimozione del finto bronzo che hanno convinto sull’opportunità di recuperare la sottostante più antica cromia: un incarnato naturale, capelli, barba e sopracciglia castani, rivoli di sangue rosso lacca, in leggero rilievo, labbra socchiuse, leggermente più scure dell’incarnato, che lasciano intravedere i denti bianchi. Anche gli occhi leggermente socchiusi lasciano scorgere la sclera bianca e l’iride marrone chiaro.

Il lavoro per la rimozione dello strato di finto bronzo è stato lungo e molto delicato, eseguito con solventi appositamente testati, ma anche in modo meccanico, con bisturi, avvalendosi dello stereo microscopio. Via via che veniva rimosso lo strato a finto bronzo, la splendida scultura riacquistava, con il recupero dei colori naturalistici, i suoi valori plastici, con una anatomia perfetta, con la muscolatura descritta morbidamente che ben si adatta alle caratteristiche di Cristo secondo quanto asseriva Savonarola: ”il dolce et bon Jesu era di nobile complessione, et tenera, et delicata, et molto sensibile”.

Il recuperato incarnato naturalistico si interrompeva alle ultime due falangi di alcune dita delle mani e all’alluce del piede destro lasciando in vista le integrazioni in legno, intagliate dal Dupré e da un aiutante di nome Fanfani, che erano sovradimensionate nella larghezza, ma eccessivamente corte, come, per esempio, nel caso del dito medio che era più corto del pollice originale. Anche parte dell’alluce destro era corto e tozzo rispetto a quello autentico. Queste aggiunte lignee inoltre si raccordavano malamente alle parti originali, che erano state in parte coperte con stuccature di raccordo. Si è deciso quindi di sostituire queste aggiunte con nuovi intagli in tiglio. I modelli sono stati eseguiti in plastilina, basandosi sulla forma e posizione delle falangi esistenti, più asciutte e allungate, e poi scolpite in legno con sgorbie e scalpelli e successivamente incollate con resina vinilica.

Anche nella zona dalla metà superiore delle cosce fino ai fianchi, l’incarnato naturalistico non era presente, lasciando a vista il legno chiaro di tiglio, dimostrando chiaramente le dimensioni del perduto perizoma originale che doveva essere di tessuto azzurro, come hanno rivelato alcune tracce di colore sul legno e un filo rimasto impigliato in un chiodino. Con varie prove su un modello 3D appositamente realizzato, abbiamo panneggiato un perizoma in tessuto di misto lino, opportunamente tinto d’azzurro e apprettato con una specifica resina che permette di mantenere la forma dei panneggi e di rendere meno ricettiva alla polvere la stoffa. In questa ricostruzione è stato fondamentale lo studio di altri Crocifissi di Benedetto da Maiano in cui questo indumento tessile originale è ancora conservato.

Le parti anatomiche ricostruite e le piccole, ma diffuse mancanze del colore sono state stuccate con gesso e colla, lisciate e successivamente integrate pittoricamente con la selezione cromatica che si armonizza con il colore originale e permette di riconoscere, a una visione ravvicinata, le zone restaurate. Tutti i fori di tarlo sono stati richiusi per motivi sia conservativi che estetici. L’opera è stata interamente trattata con una vernice trasparente, come era in origine, avvalendosi di un prodotto testato che non dovrebbe alterarsi nel tempo.

  Il Crocifisso viene completato da due elementi accessori in metallo, l’aureola e la corona di spine, ricordati dai documenti che riferiscono l’esecuzione a Michelagnolo di Guglielmo “octonaio” prima del 26 giugno 1510. L’aureola, realizzata in lega di rame e dorata presumibilmente ad amalgama di mercurio, ha richiesto una semplice manutenzione per rimuovere i depositi pulverulenti e cerosi e le poche alterazioni saline, restituendo la superficie a una corretta lettura. La corona, invece, realizzata sempre in lega di rame, versava in uno stato di conservazione ben più grave, essendo probabilmente stata soggetta alla medesima ridipintura a “effetto bronzo” che ha interessato il Crocifisso. L’operazione di pulitura è stata, pertanto, finalizzata al recupero della superficie originale, ormai ossidatasi naturalmente in un caldo colore bruno, sotto le spesse incrostazioni e alla rimozione dei composti salini di alterazione.

La croce su cui è inchiodato Gesù non è quella originale, come pure il “titulus” I.N.R.I, dipinto su un cartiglio dall’andamento verticale e molto ingombrante che incombeva sulla splendida testa. Abbiamo quindi proposto un diverso cartiglio, sempre scolpito in legno, ma con andamento orizzontale che abbiamo desunto da quelli di altri crocifissi dell’artista, che meglio si adatta alla recuperata veste cromatica del Cristo e alle dimensioni della croce.

(Laura Speranza)

 

Staff

Soprintendenti: Isabella Lapi, Cristina Acidini , Marco Ciatti

Settore di restauro Scultura lignea Policroma:

Direttore e coordinatore del restauro: Laura Speranza

Direttore Tecnico: Peter Stiberc

Restauro: Peter Stiberc e Iolanda Larenza

Collaborazioni:

Parti intagliate in legno: Rita Chiara De Felice, Bertrand Lorenz

Disinfestazione anossica: Andrea Santacesaria

Restauro della corona di spine e aureola in metallo: Paolo Belluzzo

Realizzazione del perizoma in tessuto: Tae Alice Nagasawa

Indagini Diagnostiche del Laboratorio Scientifico dell’OPD:

  • Analisi chimiche: Giancarlo Lanterna, Carlo Lalli;
  • Radiografie : Alfredo Aldrovandi;
  • Indagine della specie legnosa e delle fibre tessili:  Isetta Tosini

Documentazione fotografica: Pino Zicarelli

Galleria fotografica