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Porta detta “del Paradiso”

Si tratta della seconda, grande impresa del Ghiberti per il Battistero fiorentino, dopo la realizzazione di una prima porta in bronzo dorato, attualmente collocata sul lato settentrionale. Appunto il successo ottenuto da questa prima porta determinò l’ affidamento al Ghiberti, nel 1425, di una seconda porta con rilievi di bronzo dorato, conclusa nel 1452 e collocata sull’ingresso principale, di collegamento alla prospiciente cattedrale.

Porta detta “del Paradiso” per ragioni liturgiche (da qui entravano i battezzandi che con il Sacramento si sarebbero vista aperta la via della salvezza), nella tradizione popolare la porta è ritenuta tale per la sua straordinaria qualità artistica e per la profusione dell’oro, che riveste i dieci rilievi con Storie del Vecchio Testamento e il fregio di incorniciatura delle due ante, con figure intere e teste di profeti e sibille. Nella sua lunga storia la porta, che si voleva sempre luminosa e brillante, ha subito varie e spesso traumatiche puliture, di cui sono segno evidente le numerose graffiature e le abrasioni della doratura, visibili in più zone.
Almeno in un periodo lo splendore della porta fu tuttavia offuscato da un’intenzionale patinatura scura, testimoniataci nel secondo ‘700 dal pittore Raffaello Mengs, che chiedeva di poterla rimuovere, ottenendo risposta negativa. Le documentazioni fotografiche del secolo scorso mostrano tuttavia la doratura tornata in vista, e tale mantenuta con saltuarie puliture, l’ultima delle quali risale agli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale.
Altra tappa traumatica nelle vicende della porta è stata quella dell’alluvione del 1966, che spalancò e fece oscillare i pesanti battenti, determinando l’espulsione dal telaio bronzeo di sei delle dieci formelle, che per fortuna non ricevettero quasi danno nella caduta. Per riapplicarle con agio, i battenti furono forati in più punti, e le formelle “avvitate” al loro alveo bronzeo con perni passanti.

Questo intervento, “pratico” quanto poco rispettoso dell’integrità della porta, ha tuttavia offerto delle facilitazioni quando si è trattato di avviare il restauro attuale, consentendo di svitare ed estrarre dal telaio le formelle a suo tempo cadute. Il laborioso intervento, in corso dagli anni’80, è stato determinato dai risultati di una campagna diagnostica, che ha dimostrato come il rivestimento aureo, applicato all’origine al bronzo con la tecnica dell’amalgama di mercurio, non aderisse più al bronzo ma ad uno strato di ossidi, alcuni molto aggressivi, che cristallizzando sotto l’oro avevano determinato prima il sollevamento dello stesso sotto forma di “bolla”, e quindi, con l’espulsione del cristallo minerale, l’aprirsi di minuscoli ma diffusi crateri nell’oro. Questo fenomeno, inarrestabile senza il restauro e successiva protezione della porta, avrebbe nel tempo determinato la graduale e totale perdita della doratura.

Per la pulitura della porta dai depositi di superficie che la offuscavano quasi totalmente, nonché degli ossidi instabili presenti sotto la doratura, il Laboratorio Scientifico dell’Opificio mise a punto, nei primi anni ’80, un sistema di pulitura chimica con impacchi di sali di Rochelle, che ha funzionato in maniera ottimale sulle singole formelle, a suo tempo cadute e pertanto estraibili dalla porta. Questo metodo richiede infatti, dopo un bagno completo nei sali di Rochelle, ripetuti lavaggi che eliminino ogni residuo di questa sostanza, che potrebbe potenzialmente innescare nuovi processi corrosivi.

Dopo la rimozione e restauro di quattro formelle, nel 1990 è stata tolta dal Battistero l’intera porta, contestualmente sostituita da una copia bronzea, nella certezza che solo la conservazione dell’assieme in un ambiente isolato anche dall’ossigeno possa garantire la stabilità, e pertanto innocuità, degli ossidi che è necessario lasciare sotto l’ oro, in quanto è su di essi che posa l’oro stesso e la loro asportazione ne determinerebbe la scomparsa.

Il restauro ha a quel punto conosciuto una pausa, per la difficoltà a continuare col metodo dei lavaggi chimici sulle formelle e rilievi della porta che fin dall’origine erano saldamente incastrati nel telaio bronzeo, fuso in un pezzo unico con l’ anta. Nel 1996 il restauro è ripreso, con la decisione di smontare i singoli rilievi dorati per poterne effettuare i completi lavaggi e risciacqui: questi non sarebbero stati possibili mantenendo i rilievi in opera, con il rischio che il solvente chimico potesse, attraverso le numerose microfratture del bronzo, penetrare e restare a tergo dei rilievi, innescando da lì eventuali, futuri fenomeni di corrosione. Ad oggi sono state smontate e restaurate due formelle e sei elementi del fregio, con un lavoro estremamente lungo e complesso, che consiste nel creare di volta in volta un telaio d’ acciaio adattato agli sviluppi diversi del perimetro del rilievo da togliere; incollare il tealaio al minuscolo perimetro non dorato che contorna i rilievi, e valutando con appositi strumenti che la pressione esercitata sia conforme in ogni punto del perimetro, tentarne la trazione ed estrazione dal fronte della porta. Per quanto la superficie di contatto fra i rilievi e l’ alveo che li incassa sia di alcuni millimetri, va superata la resistenza opposta dagli ossidi che hanno in qualche modo “saldato” le parti fr a loro, e vanno preliminarmente rimosse, agganciandole ed estraendole, le numerose “zeppe” di bronzo infilate e ribattute lungo i margini fin dall’ origine, per evitare che ci fossero interspazi fra i rilievi e l’ alveo. Un’operazione del genere, in qualche modo imprevedibile per ogni singolo rilievo, richiede grande manualità tecnica, tempi lunghi non facilmente preventivabili e una certa percentuale di rischio, viste le fessurazioni presenti in alcuni rilievi.

In considerazione di ciò, di recente si sono sperimentate e testate scientificamente le possibilità del laser infrarosso, già da alcuni anni usato per i materiali lapidei ma ancora quasi inedito per i metalli. I test di pulitura dai depositi e dagli ossidi hanno dato risultati paragonabili a quelli del lavaggio chimico, a fronte del quale il laser ha il notevole vantaggio di non lasciare residui, e quindi di poter essere utilizzato senza necessità di smontare i rilievi. Anche l’effetto estetico, nel recupero della luminosità dell’ oro, è buono e non difforme da quanto operato finora. Ancora un lungo lavoro è necessario, dato che il laser lavora attraverso un raggio puntiforme, e la superficie da pulire è molto estesa e articolata plasticamente: si auspica tuttavia che entro il lustro che si apre ora la porta, restaurata e ricomposta nelle sue parti, possa essere stabilmente presentata nel Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore, entro una grande teca con gas inerte, al cui progetto già stanno lavorando l’Opificio e il Getty Institute for Conservation di Los Angeles.


Direttore dei Lavori
Anna Maria Giusti